Nel passo lento della terra: il ritorno della transumanza

C’è un tempo che non si misura con l’orologio, ma con il respiro lento delle mandrie, con il suono dei campanacci tra le pieghe della valle, con passi antichi verso l’erba alta.
È il tempo della transumanza, e anche quest’anno siamo tornati a seguirlo.
Dalla terra di Vinadio ai pascoli sopra Sant’Anna, nella Valle Stura, gli animali hanno risalito un cammino che da secoli unisce uomini, stagioni e montagne.
A guidarli, l’esperienza di chi custodisce un sapere che si eredita camminando.
Quasi 2100 metri: qui l’altitudine non è fatica, è incontro. Tra terra e chi la abita, tra lavoro e dignità, tra passato e un futuro che resiste.
In questo movimento antico c’è qualcosa di profondamente attuale: la transumanza è essenziale per la biodiversità. Il pascolo guidato evita lo sfruttamento, mantiene equilibrio, nutre il suolo e favorisce la varietà delle specie. È un dialogo silenzioso tra uomo, animale e ambiente.

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Quest’anno lo abbiamo fatto con un pensiero per Carlin Petrini, uomo delle radici profonde, della lentezza come rivoluzione, della terra come cultura e relazione.
Ci ha insegnato che il cibo è storia, paesaggio, comunità.
E la transumanza è tutto questo: gesto antico e attuale, rito e necessità.
Seguire la mandria significa accettare un altro ritmo. Ascoltare il vento, osservare l’erba, capire il silenzio della montagna.
Riconoscere il valore di chi resta: l’allevatore, la sua famiglia, le mani che curano e accompagnano.
Nel passo lento degli animali non c’è nostalgia, ma presenza.
Non è folklore: è vita che continua, equilibrio fragile che si ricostruisce ogni anno.
In un mondo che corre, la transumanza resta un atto di fiducia nella terra.

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E così è stato, ancora una volta.
Tra polvere e luce, il cammino si è compiuto.
Perché in quei passi lenti c’è una direzione.
E forse, ancora, il modo giusto di abitare il mondo.